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Biennale Architettura Pisa

Massimo Del Seppia: «La Biennale fa di Pisa un laboratorio di futuro»

La VI Biennale di Architettura di Pisa si racconta attraverso le parole di Massimo Del Seppia, presidente dell’Associazione LP e coordinatore della curatela. Nell’intervista rilasciata al quotidiano Il Tirreno, si ripercorrono le origini del progetto, il ruolo del Comune e della rete di partner, i numeri record di questa edizione e il significato del tema “Nature” per Pisa. Un bilancio che mette al centro la città come laboratorio di idee, dove la grande architettura diventa strumento per ripensare spazi pubblici, clima urbano e futuro delle comunità. Photo credits: Nicola Ughi

Proponiamo qui un estratto dell’intervista a Massimo Del Seppia, presidente dell’Associazione LP e coordinatore della curatela della VI Biennale di Architettura di Pisa, pubblicata il giorno 11 dicembre 2025 sulle pagine del quotidiano il Tirreno di Pisa. 

Architetto Del Seppia, partiamo dalle basi: che cos’è la Biennale di Architettura di Pisa e da dove nasce?
«La Biennale nasce dieci anni fa da un’idea semplice e ambiziosa: usare pensare Pisa come laboratorio permanente per ragionare sul futuro della città. Nel 2014, con la nascita dell’Associazione LP – Laboratorio Permanente per la città, abbiamo scritto un manifesto fondativo di principi e iniziato a sperimentare, con un gruppo di amici, una prima mostra diffusa lungo l’Arno dedicata all’opera di Massimo Pica Ciamarra. Da lì è nata la prima edizione del 2015, “LabQ – Laboratorio per la Qualità urbana” dedicata al Verde come valore primario e poi un percorso che ogni due anni ha messo al centro lo spazio pubblico, l’equilibrio sociale, il ruolo dell’architettura nel migliorare la vita quotidiana dei cittadini.»

LP si definisce “laboratorio permanente per la città”. Cosa significa in concreto per Pisa?
«Significa lavorare “di quartiere in quartiere, per piccoli passi”. Ci ispiriamo al modello Barcellona di Oriol Bohigas: tanti interventi di prossimità, coordinati da una visione più ampia. Da qui sono nati dapprima studi laboratoriali come “verso un quartiere modello” per poi approfondire il metodo LP con la “Carta delle Azioni Possibili” e “La città condivisa”, strumenti con cui proviamo a leggere Pisa, proporre piccole trasformazioni – nuove piazze, alberature, corridoi di biodiversità – e contribuire a costruire una cittadinanza più attiva e consapevole.»

Questa VI edizione, “Nature”, è stata la più grande di sempre. Che bilancio fa a caldo?
«È stata un’edizione speciale: cinque settimane di programma, otto padiglioni nel centro storico e oltre 22 mila visitatori, a fronte dei circa 5 mila della precedente edizione. Un salto importante che ci dice che la Biennale è ormai percepita come un appuntamento della città, non solo degli addetti ai lavori. È frutto del lavoro volontario di LP e dei curatori  – Massimo Del Seppia, Chiara Barsotti, Pietro Berti e Andrea Iacomoni -, del sostegno decisivo del Comune di Pisa e del contributo degli sponsor tecnici, che ci hanno permesso di mantenere tutti gli eventi gratuiti e accessibili.»

Il tema “Nature” è molto ampio. Come lo avete declinato nei contenuti?
«È un tema complesso, che non si esaurisce in un’edizione. “Nature” per noi è un cambio di prospettiva nel sentirsi parte della natura e non i suoi custodi, quindi seguendo un nuovo approccio filosofico ma anche tecnico, aprendo una finestra sul rapporto tra città, ambiente e cambiamenti climatici: oggi è ancora una riflessione in gran parte di prospettiva, ma nel 2027 potremo forse vedere progetti più compiuti nati da questi presupposti. In Biennale questo si è tradotto in sei sezioni di studio: una call to action che ha raccolto circa 250 candidature, da cui sono stati selezionati 60 progettisti oltre ad altri progettisti invitati direttamente; i contributi del Comitato scientifico; e le mostre dei grandi maestri, che abbiamo chiamato “ambasciatori” dell’architettura.»

Chi sono questi “ambasciatori” e che messaggio portano a Pisa?
«Abbiamo scelto quattro figure simboliche: Álvaro Siza, Guido Canali, il Renzo Piano Building Workshop e Paolo Riani. Le loro opere, esposte tra Fortilizio e torre guelfa, Chiesa della Spina, il Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi e il ritrovato Bastione Parlascio, ci ricordano che l’architettura è prima di tutto un servizio, un sapere che mette al centro le persone e lo spazio pubblico. Al di là delle mode e delle tecnologie, esistono principi fondamentali – misura, luce, rapporto con il paesaggio, cura dei dettagli, il giusto tempo da dedicare al progetto – che restano irrinunciabili se vogliamo città più eque e condivise.»

Uno dei momenti più discussi è stato il confronto sul verde urbano. Che cosa è emerso?
«Per tre giorni abbiamo lavorato sul ruolo degli alberi e del paesaggio nei sistemi urbani, sia a livello di dibattito locale sia insieme a studi di respiro internazionale come LAND e con la presenza di Andreas Kipar, uno degli architetti di paesaggio più importanti al mondo. La discussione ha mostrato come gli alberi non siano solo arredo, ma dispositivi di resilienza urbana: mitigano il caldo, migliorano la qualità dell’aria, creano microclimi più vivibili. È un tema molto concreto e complesso per Pisa e per tutte le città di pietra che devono fare i conti con il cambiamento climatico.»

La Biennale però non è solo riflessione: è anche una mappa di luoghi dentro la città. Che cosa ha significato questa edizione per gli spazi di Pisa?
«Per la prima volta abbiamo costruito una polarità molto densa attorno alla Cittadella: Arsenali Repubblicani, Fortilizio e Torre Guelfa, Arsenali Medicei. È un segnale che guarda al futuro parco rigenerato: quell’area potrà diventare presto un polo culturale ancora più attrattivo, e la Biennale ha dimostrato che è già in grado di saper valorizzare questa potenzialità. In più, abbiamo contribuito ad attrarre attenzione per il Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi con tre mostre, valorizzato Bastione Parlascio e la Chiesa della Spina, inserendoli nei flussi turistici e riempiendoli di contenuti.»

Che ruolo ha avuto il Comune di Pisa in tutto questo?
«Il sostegno del Comune è stato fondamentale, sia sul piano logistico che su quello politico e culturale sia come sostegno sia come partecipazione sentita agli incontri, dibattiti e convegni. D’altronde uno degli scopi della biennale è proprio questo, creare un momento di incontro e condivisione sull’importanza dell’architettura per la vita dei cittadini a tutti i livelli, istituzionali, culturali, produttivi e di comunità in genere. Il Padiglione del Comune, ovvero la Sala sopra le Logge e l’atrio di Palazzo Gambacorti, ha raccontato progetti pubblici in corso di realizzazione e la “Carta delle Azioni Possibili”, diventando di fatto un luogo urbano temporaneo di aggiornamento e formazione. Questo dialogo tra amministrazione, progettisti e cittadinanza è esattamente ciò che la Biennale vuole favorire: una città che discute del proprio futuro con strumenti condivisi.»

Molti osservatori, anche nazionali, hanno sottolineato la crescita della Biennale. Come si colloca oggi Pisa nel panorama italiano?
«Il Giornale dell’Architettura ha accostato la Biennale di Pisa alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano come uno  degli appuntamenti più rilevanti sul tema architettura nel nostro Paese. Per noi è un riconoscimento importante, come lo è la Medaglia del Presidente della Repubblica attribuita a questa VI edizione. Ma il punto non è la classifica: è il fatto che un’iniziativa nata dal volontariato di un gruppo di architetti pisani sia diventata, in dieci anni, un luogo di confronto internazionale che restituisce idee e strumenti alla città.»

Che cosa resta, concretamente, a Pisa dopo che si spengono le luci della Biennale?
«Resta innanzitutto una comunità più consapevole: professionisti, studenti, cittadini che hanno attraversato padiglioni e convegni e oggi hanno qualche strumento in più per leggere la città e cogliere la portata delle sfide che ci attendono. Resta un metodo, quello della Città condivisa, della Carta delle Azioni Possibili e degli studi progetti laboratoriali come STUC sul litorale, che possono far riflettere sulle scelte future. E resta la possibilità di usare l’anno “di mezzo” per fare ricerca mirata proprio sui risultati di Nature andando sempre in continuità come appunto un laboratorio permanente.»

Se dovesse pensare a come i principi di “Nature” possano essere applicati nei suoi progetti di architettura?

Credo che oggi sia ancora presto nel concreto, in quanto molti fattori influiscono sulle scelte progettuali e “Nature” rappresenta un cambiamento profondo. Tuttavia già oggi, da Nature, possiamo trarre una direzione, la stella polare verso la quale mirare e secondo la quale affrontare ogni progetto di architettura in ogni prossima occasione futura, guidando le nostre scelte.

Se dovesse riassumere in una frase il senso di questa VI edizione per i lettori de “Il Tirreno”?
«Direi così: la Biennale di Architettura di Pisa porta in città la grande architettura per costruire, passo dopo passo, una “rivoluzione gentile” fatta di partecipazione, cura dello spazio pubblico, responsabilità verso il futuro e passione per la città. È un lungo percorso, ma Pisa ha già dimostrato di voler contribuire a questo cambiamento.»