Alla Biennale di Architettura 2025 la grande mostra dedicata al maestro portoghese, tra Fortilizio Torre Guelfa e Chiesa della Spina
Giunta alla sua sesta edizione, la Biennale di Architettura di Pisa conferma il proprio ruolo di riferimento nel panorama nazionale, con un programma che intreccia ricerca, progettazione e cultura. Quest’anno il tema scelto, “Nature”, invita a riflettere sul rapporto tra costruzione e ambiente, tra responsabilità e bellezza.
Tra le mostre più attese, la monografica dedicata ad Álvaro Siza, maestro portoghese di fama mondiale e Premio Pritzker, curata dall’architetto Massimo Del Seppia, con Pietro Berti Chiara Barsotti e Andrea Iacomoni, presidente dell’Associazione LP e coordinatore della curatela della Biennale. In occasione del convegno e dell’inaugurazione, Del Seppia racconta al Tirreno la genesi e il senso di questa esposizione, che si sviluppa tra il Fortilizio Torre Guelfa e la Chiesa della Spina, due luoghi simbolici della città.
Architetto Del Seppia, perché una mostra su Álvaro Siza alla Biennale di Architettura di Pisa?
«Perché Siza rappresenta, oggi più che mai, una figura imprescindibile per comprendere il senso profondo dell’architettura. In un tempo dominato dalla velocità e dalla spettacolarizzazione, la sua opera ci ricorda che l’architettura nasce dall’ascolto, dal rispetto dei luoghi e delle persone. La sua è una lezione di etica, di attenzione silenziosa, di poesia che si fa costruzione. Non è un caso che il tema di questa Biennale sia Nature: l’opera di Siza è la dimostrazione più compiuta di come l’architettura possa dialogare con la natura senza dominarla, trovando un nuovo equilibrio tra uomo e ambiente».
Come si articola la mostra?
«La mostra si sviluppa su due sedi simboliche: il Fortilizio Torre Guelfa e la Chiesa della Spina. Due luoghi che, affacciandosi sui due lati dell’Arno, rappresentano idealmente le due dimensioni dell’opera di Siza: quella civile e quella dedicata al sacro. Al Fortilizio è esposto un percorso attraverso ventidue progetti, dalle opere giovanili come il Ristorante Boa Nova e la Piscina das Marés di Leça de Palmeira, ai progetti di edilizia sociale del programma SAAL, fino alle architetture europee degli anni Ottanta e alle opere più recenti, come la Fundação Iberê Camargo, il Padiglione dell’Argilla in Messico e l’ampliamento del Monasterio do Balio a Porto. Nella Chiesa della Spina, invece, abbiamo voluto raccogliere i sei progetti sacri di Siza, presentati anche attraverso fotografie inedite e modelli: luoghi in cui la luce e lo spazio diventano strumenti di meditazione».
Perché definisce questa mostra un “laboratorio Siza”?
«Perché non è un’esposizione celebrativa, ma un progetto di ricerca. Ho sempre pensato che Siza non si possa “mostrare”, si può solo “ascoltare”. L’allestimento e il catalogo — pubblicato da LetteraVentidue nella nuova collana I fondamentali dell’architettura — sono concepiti come strumenti per comprendere i principi valoriali del suo lavoro. Siza è, come scriveva Fernando Távora, un “muratore di opera grave”: costruisce spazi densi di significato, mai autoreferenziali, dove il gesto formale nasce da una profonda necessità. È un architetto-poeta che ha fatto della lentezza, del disegno e della luce i suoi strumenti di conoscenza».
C’è un filo personale nel suo rapporto con l’opera di Siza?
«Senza dubbio. Il mio interesse nasce in ambito universitario e si è approfondito nel tempo, fino a diventare un progetto condiviso con lui. Grazie all’amico Roberto Bosi ho potuto entrare in contatto con il maestro e da quel dialogo è nato un percorso comune. Siza mi ha insegnato che la vera architettura è un atto morale: significa porsi al servizio della comunità, comprendere lo spirito del luogo, rinunciare al protagonismo. È una lezione di umiltà e di rigore. E credo che questa ricerca, con i contributi di studiosi, disegnatori e fotografi riesca a restituire proprio questo spirito di coralità e di condivisione».
Qual è il messaggio che questa mostra vuole consegnare al pubblico?
«Vorremmo che i visitatori uscissero con la consapevolezza che l’architettura non è solo costruire edifici, ma prendersi cura dei luoghi e delle persone. Siza ci insegna che la bellezza non nasce dal gesto eclatante, ma dall’equilibrio, dalla misura, dalla capacità di far dialogare la materia con la luce. La sua architettura, pur essendo radicata nel Portogallo, parla a tutti: perché è universale, come lo sono la poesia e l’etica».
Cosa rappresenta per lei il Premio “Città di Pisa per la Qualità Urbana 2025” conferito a Siza?
«È un riconoscimento doveroso a un maestro che ha fatto della sensibilità e della capacità di ascolto la cifra del suo lavoro. Siza non ha mai cercato l’icona, ma ha saputo integrare le sue architetture nei contesti con una sapienza unica, creando luoghi densi di significato. Pisa, città che da sempre intreccia cultura, acqua e architettura, non poteva che accogliere la sua lezione nel modo più naturale».
In fondo, questa mostra sembra voler restituire all’architettura il suo senso originario…
«Esatto. La mostra e il volume vogliono ricordare che l’architettura è, prima di tutto, un atto di responsabilità verso il mondo. Siza ci mostra che la vera modernità è saper costruire con etica e poesia: due parole che, insieme, restituiscono alla professione la sua dimensione più umana».
La mostra “Álvaro Siza. Poesia nell’etica del costruire” è visitabile a ingresso libero dal 18 ottobre 2025 al Fortilizio Torre Guelfa e alla Chiesa della Spina, nell’ambito della VI Biennale di Architettura di Pisa – Nature.
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